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10 febbraio 2017
Se gli alberi...

¤¤¤ 8 ¤¤¤ Alberi di casa.

"Le questioni relative al Bene ed al Male, al Lutto (che alcuni portano in Bianco ed altri in Nero), al modo migliore per depurarsi i denti (con salvia "olio essenziale" -SIC!- agli estratti di rosmarino o/e con dentifrici fertilizzanti? Con letame di vacca australopiteca pitecantropa e/o succo di mandorla di baobab patagonico?), alla Lotta di Classe senza più Classi (i CetiMedi avendo PRESO tutto), alla Guerra Sociale nei ghetti comunitari...etc....hanno da gran tempo frantumato, dinamitato la fabbrica a vapore delle chiacchiere intelligenti dei nostri pensatori pre-socratici. In "questo [nostro...] mondo" postindustriale "pulito ed illuminato bene" [1], iperinformatizzato con meccaniche celesti supranazionali und intergalattiche, una questione resta ancora INTATTA, tuttavia, poiché temuta, mai affrontata, in quanto rischia di spezzare definitivamente e rendere ancor più pazzi i cervelli più fini e le menti più coriacee: si tratta dei disastri della Bontà, La Bontà, Santa Vergine mai sfiorata dallo sperma degli spiriti intenti alla meditazione sul ramo dell'albero che vedete -FORSE...- laggiù in fondo." [citatus citandus car citandum est, dunque: citabile (...) (anonimo del XLIV secolo? soit...)]

(Messaggio di provenienza non accertata, incerta, forse, ma sicuramente trovato in una bottiglia nel porto di Rouen[2]):

Il nostro buon re Gelsomino IV Gavilotto è un buono, anzi, un(o) buonissimo, La Bontà impregna la sua ideologia, teoria e pratica (e di noi tutti...): è regia Persona da tagliarsi un braccio (quello di sinistra, di preferenza...) per offrirlo in pasto ad un affamato incontrato per strada. Ed é, sarebbe capace di arrostirlo lui stesso -allo spiedo-, mentre discorre del più e del meno, e del corso delle cose mondane e mondiali, dei costi infernali del pesce pescato in alto mare, dell'ultimo modello di mutandine per signora confezionate a Hong Kong ma disegnate a Milano, con l'infelice viandante, in attesa della perfetta cottura, che si trova fra "al sangue" e il "ben rosolato".

Ma, di questi estremi, -che vi fornisco in esempio esagerato-, qui non ce n'è minimamente bisogno, nel nostro onesto Reame. Bisogna dirvi che la Bontà quivi è il Valore che meglio è imposto, qui, dalle nostre parti. Nei Nostri Posti. Talvolta diventa un regalo quasi obbligatorio: una dolce e velenosa regola di vita.

E' nel carattere principesco della valorosa e santa dinastia dei Gavilotto, a furia di voler fare del Bene non hanno mai lasciato in pace nessuno, per imporre la Bontà si son dati pure alle guerre e agli stermini. Tutte le Terre del NordOvest sono completamente spopolate, adesso, dopo la lunga Guerra della Bontà condotta durante tanti anni dal re Gelsomino II Gavilotto, il prode nonno dell'attuale nostro caro e illuminato sovrano, Luce Mai Spenta della nostra minuscola nazione. Quei territori sono attualmente desolati e pieni -relativamente- di vermi giganti e foche cignose e tiribilesse striate senza anima ed arte nè parte che si aggirano fra i ruderi dei villaggi, borgate, paeselli, porti da pescherecci, casolari ed altri manufatti d'abitazione che -nel tempo- furono arsi dalle fiamme e devastati dalle nostre sante orde guerresche.

Tutti gli abitanti -i mitici Corvi Rossi ed i Porci nerifumo...-e perfino i gatti e le galline e le pantegane ed il canarino di famiglia furono falcidiati durante la Grande Battaglia della Bontà, scatenata durante 3 anni e 33 giorni dal Gelsomino II. Il mio zio Antripricccüetoï, il fratello della mia mamma, me ne parlava davanti al focolare, durante i nostri lunghi inverni, che qui son proprio interminabili, se mi credete. (Finito uno: subito -quasi- inizia l'altro...)

Quelli del NordOvest non volevano saperne della bontà, "Qui facciamo quel che ci pare e piace, uomini liberi siamo!" tale era il loro grido guerresco. Purtroppo erano pure dei tagliagole mica male. Il mio zio, sorridendo amaramente -mi pare- mi diceva con un certo malcelato orgoglio -non privo di esagerazioni, quando aveva bevuto sei litri di sladrowasckaaa- d'averne passati a fil di spada o a sventagliate di mitra almeno 666, nella sua giovinezza. 666 cadaveri... a lui solo... Alla fine tutti i nordovestisti furono annientati.

Di tutto questo ne so ben qualcosa, essendo attualmente lo Storico d'Ufficio della Casa Reale ed anche l'unico giornalista sopravvissuto, il solo che non sia morto di noia o di tenebroso spleen... Abbiamo un unico & semplice ma egemone quotidiano, di 28 pagine, che son costretto a riempire -giorno dopo giorno- di pia propaganda e fatterelli del Bene e della Felicità, per far sapere che qui non si muore che di gioia e sorridendo stancamente. Non vi scrivo sopra che di lieti avvenimenti, non trovo altro da dire. Talvolta inserisco qualche sottile cattiveria sotto le righe, (che sfugge al nostro bravo e bel popolo, o il quale questo la gusta sottaceto con castagne macedoni persistenti), per piacere mio e piccola vendetta, ma pure per i pochi intellettuali nostrani che leggono Sade di nascosto, -ma solo il venerdi' sera, fra le otto e undici-, nel segreto dell'alcova, e non perché sia interdetto (che qui la libertà di stampa è ASSOLUTA...) ma in quanto pubblicamente sconveniente... E mi assistono, nel fare il giornale (di cui non vi dico il titolo: vi farebbe troppo ridere...), docili dietro i loro vasti sorrisi, colle loro penne di pavone ben affilate, una dozzina o tredici o diciassette -secondo i giorni, se son di magro o di venerdi' grasso...- scrivani pubblici, che vengono qui dopo il loro lavoro sociale, che mi presentano con occhi vuoti e terrorizzati, con sguardo spento, i loro articoli pindarici degni d'un libretto di catechismo, temendo che non siano nella linea della Bontà, sanissima ideologia del Partito Reale ("Royal", Regale), che tanto bene fa alla nostra nazioncella, piccola, scarsa, ma formidabile. (Insomma, mi bisogna pure si salvare il salvabile...).

Un naufrago in fuga, un "boat people" siro-semiasiatico-sloveno-cinese del Sud giunto qui a caso attraverso mari e monti, con un sottomarino babilonese della Grande Guerra 14-18, dirottato - il sommerso oggetto di guerra- solo contro tutti, solo soletto col suo cagnolino, una cagnetta -invero- di nome Gelsomina Degli Spiriti Santi Del Demonio Rosso, mi ha detto che pure a Mosca dei Soviets lui, il "giornalista" che si rifiutava d'essere invertebrato, aveva subito la medesima situazione e che era poi finito nel gulagh "Lev Trotszky" di Siberia orientalissima. Ché laggiù, se non si scrive nella Linea del Partito, la vita non ti funziona, e l'esistenza pure, e che magari passi qualche brutto momento e finisci a spaccar pietre ghiacciate ai bordi dell'Alaska finnica. Io non ci credevo alle sue storie, ma man mano me ne sono reso conto, che anche se non rischio il gulagh, non è bello quel che mi succede. Quando ci ragiono un poco, qui tutto mi sembre un vero 3x3:33.... E, ne sono un po'affaticato...

Ma è stata la faccenda degli alberi che sopratutto ha fatto traboccare il vaso delle mie sornione certezze. E per cui, adesso, sono un'anima incrinata, forse pure rotta. E questo dovrebbe essere un po' chiaro in giro perché il Capo della Polizia Benefica mi guarda in modo bizzarro, pur se non osa dirmi qualcosa, perché io sono meglio piazzato di lui nella Gerarchia.

Gelsomino IV dispone di una capacità di lavoro impressionante. Dalle cinque del mattino si trova già in giro a compiere il Bene. Siccome ha la bella abitudine di far dono dei suoi vestiti ai demuniti (relativamente, ché qui nel Reame la vera povertà non esiste...), si ritrova nudo in mutande almeno dieci volte al giorno e il codazzo di cortigiani che lo segue con un carretto d'abbigliamenti deve rimetterlo in sesto come un bambinetto. Quando diede la Corona ad un vecchio che s'era rotta la dentiera, per rifarsela, ne scrissi almeno dodici articoli. I bravi e premurosi sudditi fecero subito una colletta e Gelsomino IV ne ebbe presto un nuova di zecca, la quale fini' per esser data e cosi' di seguito. Mi ricordo pure di almeno un centinaio di nuovi Regi Copricapi e Scettri in oro e in argento, o in ottone per non esser di troppo sfarzo distribuiti ai poveri, che qui non esistono. Per altri versi, Gelsomino IV da' fuori di brutto se viene a sapere d'una vedova recente (e con orfani...). Scongiura subito qualcuno, in ginocchio se necessario (lui, Il Re...), di sposarla (lui non puo', è Il Re...) in modo da procurare un nuovo padre ai poveri piccini. Io stesso ho dovuto, grigio, maritarmi a ben 18 vedove ed ho collezionato in questo modo ben 42 figli pur restando, di costumi, un celibe impenitente. Padrissimo. Ben che non abbia mai scopato chi che sia, e sono e resto quasi vergine...

La sera sul tardi rientrando non ancora stanco dai suoi giri di beneficenza egli si trascina dietro fino al castello una scia di individui vagamente bisognosi ma assai quasi loschi, a cui prepara una cena enorme più che abbondante, cucinando lui stesso. Con spezie, aromatici, erbe, sali e peperoncini di difficile importazione, (costosissimi, trasportati da avventurieri portoghesi ex mercenari nel Congo Belga del Bokassa I, imperatore del Tokay Inferiore), che qui siamo lontani/lontanissimi dal mondo. Mentre Il Re si accontenta, Lui, di qualche crosta di pane e di un filino di miele, con due fogliette o/e foglioline d'insalata primaverile che avvolgono una fettina di Parsut di San Daniele. Pasto regale da eremita intonso.

MA per gli alberi, almeno, non dovrei esser io a lamentarmi: poiché l'idea fu, involutamente, mia... (Non era forse il vostro Talleyrand principe di Benevento che consigliava:"Jamais trop de zèle!"?): una notte mentre lo intervistavo (ché, dati i suoi vasti impegni altruistici, a Gelsomino IV non resta che un piccolo-poco di tempo "per sé", solo intorno a mezzanotte, prima di dormire tre ore scarse, ed è allora il momento "dell'intervista", che pubblico meticolosamente poi ogni giorno), mentre lo facevo abbondantemente parlare del Bene fatto mi scappo' detto di accennare all'Inverno In Arrivo e ai poveri alberi di fresca data e della loro sofferenza. "Poveri piccini alberotti ghiacciati nel gelo e dal freddo del nostro clima nebbioso...", avevo insistito, forse perché avevo bevuto un poco troppo d'haschissevod nella mia cena di mezzanotte. "Forse bisognerebbe metterci-gli sopra un maglione di grossa lana scozzese..."

Qui, gli alberi son piuttosto pochi o pochini ma di ilare natura e produttori di qualche frutto amaro, raro e costosissimo, e per noi dunque: veri cittadini importanti. (In genere, nel tempo, gli alberi preferivano emigrare stagionalmente dalle vostre parti o più al Sud ancora, lasciandoci qui solo i più coriacei e teste matte, in mezzo alle sterminate campagne di cespugli, licheni da prato, rovi senza more ed erbacce immangiabili. Ma pure qualche radice caparbia che non voleva partire, o semi d'acacia pellegrina, che fioriscono sempre il 35 novembre...) Qui, chi offende un albero rischia fino alla pena capitale, d'essere decapitato, pur se la Bontà impone al Re di graziare il condannato almeno qualche secondo prima del colpo d'ascia fatale. Cosa che tutti i "tipacci" sanno, ma e pertanto ridendo sotto i baffi giocano il gioco, facendo scena e pianti fino al buon momento, e dopo -magari- sghignazzano. Gli alberi hanno la precedenza agli incroci, come da voi le "limousines" ministeriali. E le Ferrari Testa Rossa dei gangsters, dopo un colpo in banca ben riuscito.

(segue in "Alberi di casa."/2, qui sopra)


favolegrottesche

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il pedone
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permalink | inviato da worksinprogress il 10/2/2017 alle 21:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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(Le piéton,IL PEDONE) IL PEDONE

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Il PEDONE, prigioniero del suo marciapiedi,
non corre, non cammina o passeggia ma
-come il condannato durante la sua ora d'aria-
"GIRA IN TONDO".
Ben sapendo che il flusso ininterrotto,
di macchine automobili a quattro ruote
gommate, che lo minaccia, resta pronto
per schiacciarlo come un verme senza peluria.
UN MURO. Un muro che egli non osa saltare...
Vigliacco, come ogni buon prigioniero... ¤¤¤